Back to home  

leggi altre recensioni

Il Baricentro

Mensile di critica artistica e letteraria

MARCELLA BOCCIA

PANE E SPERANZA


di Reno Bromuro

In campo critico-estetico, si usa frequentemente il sostantivo Poesia, per significare le effettive qualità poetico-creative di un autore, indipendentemente dal fatto che si esprima in versi o in prosa: ci sono molti verseggiatori, ma pochi poeti; un esempio: Giovanni Verga che in molti passi si rivela un grande poeta della folla. Poesia o Poeta si usa anche per estensione, per indicare una persona assai dotata di sensibilità e fantasia, che ha l'animo disposto ad intendere e amare il bello: un cuore di poeta; ad ognuno capita talvolta di scoprirsi poeta. È usato nell’uso popolare anche in senso limitativo e con ironia, per indicare una persona fantasiosa e bizzarra, scarsamente dotata di senso pratico.

Alceo, uno dei maggiori poeti greci nato a Mitilene, Lesbo, vissuto nella seconda metà del secolo Settimo o Sesto avanti Cristo; rappresenta, con Saffo, sua contemporanea, la lirica eolica. La poesia di Alceo si distingue per la grande spontaneità e la forza passionale. Il suo mondo poetico ruota sui due temi della lotta politica e del banchetto, ma in cui si affonda tutta la carica vitale di una concezione virile della vita. A lui s'ispirò nel canto della fugacità della vita e del vino inebriante, ma non certo nel tono, assai meno intenso e immediato, Orazio, che riprese anche una strofa di quattro versi.

Facendo un salto pindarico di millenni veniamo ai nostri giorni e parliamo del passaggio dall'Ottocento al Novecento che fu ribollente di fermenti e iniziative, di tensioni e contrasti. Sullo slancio di rinnovamento della rinascita celtica fiorì uno dei maggiori poeti del secolo, William Butler Yeats, Premio Nobel per la Letteratura del 1923.

In questo periodo avviene, in poesia, lo stacco netto con Eliot, il quale, esaltando il metodo mitico e la frantumazione stilistica come nuovi moduli della creazione artistica, influenza profondamente il corso della poesia. Il suo influsso è avvertito soprattutto nei poeti degli anni Trenta, che affrontano scopertamente il tema dell'impegno sociale e politico adottando il tono grigio, distaccato di Eliot. Più profonda la rivolta degli anni Quaranta contro l’imperante freddo intellettualismo dei cosiddetti poeti apocalittici, che hanno Graves e Dylan Thomas i loro maestri.

Gli anni Settanta, invece, sono portatori di una ricerca sperimentale ormai astratta e sterile, influenzata dallo strutturalismo; gli anni Ottanta vedono l'inizio di quella dimensione edonistica che è il cosiddetto postmoderno, dimensione che sembra dominare anche il decennio degli anni Novanta, in cui la mancanza di legami fra letteratura e società favorisce una dispersione caotica, attenzione solo ai fatti minimi. Fondamentale per le sorti della letteratura è il nuovo peso assunto dai massmedia e dalle richieste del mercato editoriale, nonché dall’avvento Internet, in cui poeti e scrittori emergenti trovano l’habitat più naturale, visto l’incoerenza degli editori e dello spuntare come i funghi dei pseudo editori che pubblicano di tutto, pur di rimpinguare le proprie tasche (c’ è qualcuno che pubblica anche a rate). E il poeta riprende fiato e la poesia risorge improvvisamente come margherite a primavera.

Arriva Zanzotto, che con la sua opera mette a nudo un tentativo di mascheramento della nevrosi individuale e collettiva attraverso l'esercizio di una lingua magmatica e suggestiva che sa, comunque, custodire la presenza forte di un io poetico. Alla sua scuola è ispirata l’opera di Renato Milleri (Remil).

Nel 1963 c’era stata la sperimentazione dell’avanguardia composta dal genovese Edoardo Sanguineti, il più rappresentativo, che testimonia testimoniato con la sua produzione poetica la dissoluzione del linguaggio quotidiano, come segno dell'incapacità di comunicare proprio della società dei consumi; dal milanese Nanni Balestrino,che si fa sostenitore di un avanguardismo estremo che si esprime in un linguaggio nuovo e rivoluzionario, fatto di collages linguistici, con l'utilizzo di tecniche elettroniche; l’altro milanese Antonio Porta, pseudonimo di Leo Paolazzi approda a risultati di notevole intensità poetica nell'indagine condotta in termini spesso surreali del rapporto tra vita e morte.

Nei vari siti del web si leggono solo poesie intimiste, qualcuno furoreggia per originalità e ricerca di linguaggio nuovo sia musicale, sia armonico, sia di contenuto che esce dall’ intimismo vero e proprio, per aprire nuove vie, con tutto ciò l’editore rimane sordo e cieco alla ventata di novità, non tutta insulsa come dicevo. E non c’è uguaglianza del metro nei molti canti che sono postati a migliaia in una giornata, che è anche segno di disuguaglianza di ispirazione e di animo, esclude eccessi, sottilità, abbandoni. C’è nella maggioranza un forte desiderio di pace che trae un qualche senso buono, saggio e chiaro, che risuona nei versi come una musica di richiesta di serenità. Sono è vero un poco monotoni; il loro canto è riposato e uguale; ma di una dolcezza che crea intorno quel senso di pace che cantano, e pare allora che le parole risuonino come in un grande silenzio, e che cantino nel silenzio lungamente con una eco nei cuori di infinita tacita melodia.

Per la Boccia il discorso è diverso, perché lo stesso sentimento si rende conto dell'oscillare vertiginoso dei metri: che dalla melopea cantante uguale delle serie di endecasillabi fondati sullo stesso sistema di accenti, degli ottonari puri, dei settenari a cadenza, dei quinari accoppiati, passa improvvisamente al singulto e alle impuntature dei novenari, dei decasillabi travestiti, degli endecasillabi frantumati fino a raggiungere un infinito di contrasti. La sua poetica opponendosi alla maggioranza dei poeti del web, segue ogni parola che esce dalla bocca, per finire sulla tastiera del computer, non è mai solo voglia di sentir se stessa, o per compiacersi di quell'atto, ma insiste, fruga con quel raffinamento di sensitività, che è come un fascio di luce che attraversa una camera buia. Ella sogna e canta; ma quando più s'abbandona al sogno con tutta la ingenuità dell'anima, cedendo alla voluttà del canto, ecco che in quel punto è più vigile, cauta e accorta a scegliere l’incredibile sottilità d’ogni variare del sogno, ma ferma su se stessa considera a una a una le modulazioni della sua voce per compiacere mai per compiacersi. Lo sforzo immediato di quell'arte è certo il conseguimento della maggiore intensità e verità possibile in ogni visione particolare, e nella volontà di raggiungere questa verità, ad ogni costo, che è tanto differente, nella sua sobrietà, dalla abitudine di amplificazione verbale.

Da ciò il piacere di leggerla a voce alta, come si può leggere e declamare un sonetto di Foscolo o una strofe dannunziana; e il bisogno a non voler violentarla, di lasciarla quasi inconfessata nell'anima, sospesa nella vibrazione delle alghe che tremolano volubili nell'acqua. Una voglia di sillabare la lirica, voler darle quella sorta di vita esteriore che è concessa ai canti dei veri poeti, e lo dimostrano i recitatori i quali tentano inevitabilmente di trovar e il vero tono del canto, come quelli ai quali si può meglio simulare uno scheletro verbale, come Mosé, o Impronte digitali sulla mia anima, ed altri.

Questa lirica di cui mi occupo è diversa dalle altre e dalla raccolta «Impronte digitali sulla mia anima», perché affronta il problema eterno del poeta: la fame, l’incomprensione.

È opportuno rilevare, però, che le annotazioni le alternanze dei versi, dal settenario al novenario sono un interesse semantico originalissimo. Pane e speranza coinvolge, oltre alla linguistica, e particolarmente della psicologia, della sociologia, della filosofia, della semiologia. La lirica è concepita come scienza storica con il compito di chiarificare le evoluzioni dei significati della linguistica strutturale; ha rinnovato i metodi e le prospettive delle ricerche semantiche insistendo soprattutto sul fatto che non solo i suoni e le forme grammaticali, ma anche le parole e i loro significati devono essere studiati non isolatamente ma nel più ampio contesto delle loro relazioni formali, nozionali, storiche e stilistiche, formando un sistema i cui termini siano esatti e non ambigui.

Con questa lirica Marcella Boccia ha posto i fondamenti di una poetica tipologica e ha fatto balenare la possibilità di creare anche una nuova semantica, che metta in luce gli elementi universali comuni a tutte le lingue e a tutte le epoche.







PANE E SPERANZA

di Marcella Boccia

Sono poveri i poeti
Poveri derelitti
Messi al bando i poeti
in balia del sordo mercato
Sono tristi i poeti
appesi al filo dell’esistenza
Sono poeti i derelitti
che vivono di pane e speranza
Ah, poveri poeti
chiusi nel loro mondo
Che tristezza a guardarli
quasi quasi gli offro un soldo
Così piccoli e indifesi
affamati di emozioni
La poesia non gli da il pane
ma di certo da speranza
Gli occhi fissi al tramonto
Piange il cuore dei poeti
Cantastorie fuori moda
Figli ingrati di un volgare consumismo
Cantano i poeti
che sia bello o brutto il tempo
Sognano i poeti
nelle guerre o brevi tregue
Camminano i poeti
a piedi nudi sopra un tappeto di spilli
La loro sofferenza
è il dolore dell’esistere
Mangiano le briciole i poeti
felici di essere uccelli di bosco

 
14 luglio 2004

 

 

 
© Copyright 2008 Marcella Boccia