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Intervista a Marcella Boccia

“poeta incamminata verso l’anticipazione della moderna poesia”

di Amalia Di Loria


Macella Boccia è poeta, scrittrice, musicista, regista teatrale. Da anni dirige la rivista New Age & Dintorni, curando rubriche dedicate a tutti i campi del sapere, dalla letteratura, all’esoterismo, alle arti in genere.

Reno Bromuro, nella prefazione alla raccolta di poesie di Marcella Boccia, “Impronte digitali sulla mia Anima” (Spring Editore), la definisce “poeta incamminata verso l’anticipazione della moderna poesia”.

L’abbiamo incontrata a Roma, dove sta lavorando al suo nuovo album, e fatto due chiacchiere:



A. D. L.: La raccolta “Impronte digitali sulla mia Anima”, uscita in questi giorni dalla casa Spring, contiene componimenti recenti ma anche di qualche anno fa. Perché solo ora vengono pubblicati?



M. B.: La poesia è il pianto dell’Anima. Pubblicare una raccolta poetica è come mettersi a nudo in un mondo che, spesso, non tollera la nudità, giudicandola volgare. Più volte mi fu consigliato di pubblicare questa raccolta. Reno Bromuro, uno degli artisti che, in assoluto, stimo maggiormente al mondo, ha insistito per anni sulla pubblicazione di “Impronte digitali sulla mia Anima”, ed è grazie a lui che mi sono decisa, un mese fa.

Reno Bromuro è stato il primo a credere nella mia attività poetica.



A. D. L.: Tu sei timida?



M. B.: Sono riservata. Quando si parla della mia poesia sono particolarmente riservata, perché non credo si possa parlare della propria poesia, al massimo la si può recitare…



A. D. L.: Quando hai cominciato a buttar giù i primi versi?



M. B.: Ero molto piccola. La mia insegnante di italiano, alla quale dedico questo libro, quando avevo undici-dodici anni, mi insegnò la metrica. Me la insegnò facendomi contare le sillabe delle poesie sulle dita delle mani, battendo i polpastrelli sul banco. Allora cominciai a scrivere versi, prendendo spunto dalla metrica di componimenti di poeti famosi studiati a scuola. Il mio cuore è entrato in ciò che scrivevo solo più tardi, al liceo classico. Anche lì, un’insegnante di letteratura (anche a lei dedico la raccolta), che recitava divinamente le poesie di Foscolo, Leopardi, Manzoni, mi folgorò. Tra i banchi di scuola nacquero i miei primi componimenti. Sulla scrivania della mia stanza, invece, nascondevo il quaderno delle mie poesie sotto i libri che avrei dovuto studiare. Studiavo lo stesso, ma solo quando dovevo essere interrogata! Per il resto, scrivevo! E mi nascondevo per non essere scoperta da mia mamma che sognava che io fossi la prima della classe!



A. D. L.: E tu lo eri?



M. B.: Neanche per idea! Era l’ultimo dei miei desideri! Le prime della classe (una classe quasi interamente femminile) le trovavo così noiose e tristi! Io, invece, studiavo quanto basta per avere dei voti che non meritassero il rimprovero di mia mamma, ma avevo dieci solo in letteratura italiana e filosofia! Per il resto, salivo sull’albero di noccioline in giardino, e scrivevo.



A. D. L.: Eri un po’ ribelle?



M. B.: Fino a dodici-tredici anni mi si rimproverava una timidezza dovuta ad una eccessiva sensibilità che mi faceva sentire vittima dei prepotenti. Più tardi sono diventata ribelle. Facevo politica, ero rappresentante del mio Istituto, presidente di un’Associazione culturale, ed aspettavo il sabato sera per andare a ballare!



A. D. L.: La tua infanzia è molto presente nei tuoi componimenti. Potresti definirla un’infanzia felice?



M. B.: Non saprei definirla affatto! Durante la mia infanzia ho vissuto sotto una campana di vetro. La mia famiglia, una famiglia tranquilla, mi proteggeva e viziava. Quando, sbirciando qua e là, mi accorsi che il mondo non era così perfetto come avevo immaginato, ebbero inizio i miei pianti dell’Anima. La mia infanzia è stata ovattata, morbida. L’adolescenza, invece, una continua battaglia contro fantasmi e mulini a vento.



A. D. L.: Contro cosa combattevi?



M. B.: Contro le ingiustizie, le prepotenze, le violenze. In realtà, non combattevo contro qualcosa, ma a favore di qualcosa. A favore della mia identità. Fino a quasi la maggiore età ero la figlia di Pietro Boccia, professore, scrittore e allora politico, molto noto nel luogo in cui vivevo. Io ho sempre adorato mio padre in una maniera viscerale. Lui è il mio specchio. E’ stato il mio riferimento sin da bambina, quando mi portava in giro in bicicletta. Adoro anche mia mamma, non la cambierei con nessuna al mondo, ma siamo diverse in tutto; invece mio padre sono io a sessant’anni! Ma a venti non sopportavo di essere conosciuta solo come sua figlia. Era come se sulla carta d’identità, anziché Marcella Boccia vi fosse scritto “La figlia di Pietro Boccia”. E’ allora che ho preso a combattere per avere una identità tutta mia.



A. D. L.: Quando è nata la tua passione per l’India?



M. B.: C’è sempre stata, sebbene in forma sottile. Da bambina mi interessavo allo Yoga, inconsapevolmente. Ho fatto le mie prime lezioni di Yoga in seguito ad un incidente stradale che ha rallentato la mia corsa per un po’. E, come la tartarughina di una delle canzoni preferite della mia infanzia, smesso di correre a testa in giù, ho iniziato a guardarmi intorno e a scorgere un mondo colmo di cose che prima non vedevo. Lo Yoga mi ha portata in India la prima volta, e tutte le altre volte.



A. D. L.: Cosa ti ha dato l’esperienza dell’India?



M. B.: Un miliardo di cose. Mi ha fatto sentire inserita nell’universo. In India mi sento a casa. Qui mi sento a casa.



A. D. L.: So che in India hai lavorato al tuo nuovo album. Puoi anticipare qualcosa sull’argomento?



M. B.: La seconda volta che sono stata in India, nel 2003, ho portato con me una macchina digitale per registrare delle sonorità. Non ero sola, ero con Mario Nicoletti (direttore artistico della Virgin music di Milano, nda), ed insieme stiamo lavorando a questo progetto. Vi sono ritornata, poi, nell'aprile di quest’anno (2004, nda), per risalire il Gange fino all’Himalaya, a quattromilacinquecento metri, e trovarvi ispirazione.

Il disco non è solo opera mia. Io ho scritto i testi e sono la voce rap. Le musiche e gli arrangiamenti sono di Fabrizio Sforzini e Max Tempia (Demo Morselli band, nda), che ritengo i migliori collaboratori che abbia mai avuto: riescono a tirar fuori la musica dai miei testi in una maniera quasi alchemica.



A. D. L.: Quando uscirà il disco?



M. B.: A settembre termineremo con le registrazioni. Ma senza fretta!



A. D. L.: E cosa mi dici del teatro?



M. B.: Per il teatro sto curando la regia di una commedia, divertentissima, ed al tempo stesso esoterica, del giudice drammaturgo Gennaro Francione. Non posso dirti di più, perché sarà una sorpresa! La porteremo in teatro, anche qui a Roma, nella prossima stagione invernale. Ci sto lavorando insieme all’autore, un personaggio incredibile, adorabile, il primo vero alchimista che abbia conosciuto.



A. D. L.: Tu fai poesia, musica, teatro, scrivi saggi. Ma qual è la cosa che ti viene meglio?



M. B.: Non saprei. Dimmelo tu!



A. D. L.: E quella che ti piace di più fare?



M. B.: Oziare. Scrivere, scrivere, scrivere. Guardarmi intorno e scrivere. Guardarmi dentro e scrivere. Perché, a dirla con Conrad, “Come faccio a spiegare che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”.
 

 

 

 
© Copyright 2008 Marcella Boccia