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Intervista a
Marcella Boccia
sul valore della Pace
di Paolo Broccoli
de Il Mattino
In questa società
sempre più menefreghista, perché ti “ostini” a batterti per
nobili ideali e per il bene comune?
Perché sono ostinata. La mia testardaggine mi guida. Sono
fermamente convinta che chi non si occupi del bene comune è
solo distratto da altro. Fa parte del nostro DNA occuparsi
del bene comune; non si può non occuparsene, perché vorrebbe
dire non occuparsi di sé stessi, non occuparsi delle proprie
gambe, delle proprie braccia, dei propri polmoni. L’umanità
è proprio questo: un solo, grande organismo. I diritti umani
di ogni singolo individuo al mondo, bambino, vecchio, donna,
uomo, nero, bianco, verde, sono la sola cosa per cui vale la
pena di “combattere”, combattere senza armi, senza violenza,
ma, anzi, con la rieducazione di questo mondo distratto
dalla play station e dal cellulare più piccolo.
Intorno al tuo centro Yoga hai creato una sorta di piccola
oasi naturalistica con tanto di laghetto. Perché l’ambiente
va difeso e valorizzato?
Non vorrei ripetermi, ma l’ambiente siamo noi. L’aria
inquinata di una città diventa parte integrante del nostro
organismo. Perciò, se vogliamo guardare solo al nostro
piccolo, dovremmo essere più egoisti e prenderci cura dei
luoghi in cui viviamo, passeggiamo. Stiamo contribuendo
tutti a distruggere questo meraviglioso pianeta. Quando
qualcuno apre il finestrino dell’auto in corsa e getta via
la lattina di quella famosa bibita, mi sento violentata.
L’alibi che tutti hanno è: “tanto ve ne sono altre per
terra”.
Certo, solo perché altri idioti sono stati più veloci!
Quali ragioni ti hanno spinto a non mangiare gli animali e,
quindi, ad essere vegetariana?
La stessa ragione per cui non mangio te mentre mi
intervisti!
Come potrei mangiare la tua coscia? Il cannibalismo vige
solo in alcune remote tribù, ormai.
Dovremmo essere un tantino più evoluti rispetto ai nostri
preistorici progenitori che erano costretti a versare del
sangue innocente per poter sopravvivere. Oggi non ne abbiamo
la necessità, abbiamo ogni ben di dio, eppure continuiamo a
versare sangue innocente. E’ immorale.
Da qualche tempo hai deciso di impegnarti fortemente anche
in politica. Pensi che questa sia ancora lo strumento più
efficace per cambiare in meglio la realtà?
Non si può non occuparsi di politica. Se non lo fai,
qualcuno lo fa al posto tuo e non è detto che costui agisca
per il bene collettivo. Fare politica è, per me, contribuire
al bene comune di cui parlavamo. Assicurarsi che tutti lo
facciano. L’obiettivo della politica è garantire una vita
decorosa ad ogni singolo individuo. Il politico che non si
occupa di questo, è un disonesto, e pertanto va rieducato,
va rispedito alle scuola d’infanzia, perché solo i neonati
hanno il diritto di essere egoisti.
In politica hanno finora quasi sempre comandato gli uomini,
con risultati non particolarmente brillanti. Secondo te le
donne sarebbero più brave e tu saresti disposta ad assumere
un ruolo di responsabilità nelle Istituzioni?
Se in politica sono stati quasi sempre uomini ad emergere,
sappiamo bene che ciò è accaduto non per mancanza di
capacità politica delle donne. Molte donne, in Italia, sono
state e sono tuttora dei grandi politici. Emma Bonino è una
di queste. Ma penso anche ad Indira Gandhi, a Sonia Gandhi,
o, ad esempio, a Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace
nel 2004, ecologista africana, già sottosegretario nel
Ministero dell'Ambiente e delle Risorse naturali del Kenya.
Le donne sono dei grandi politici. Lo hanno sempre
dimostrato. Non usano solo il cervello, ma cervello e cuore!
Mi chiedi se sia disposta ad assumere un ruolo di
responsabilità nelle Istituzioni. Non credo ne sarei in
grado, e non ne sono interessata. Il mio piccolo contributo
lo offro scrivendo ciò che penso.
All’inizio del terzo millennio ancora tante guerre e
conflitti nel mondo. Tu hai creato un sito web per la pace
e, quindi, credi sia possibile far affermare questo valore?
Nella home page del sito P.E.A.C.E. (Per Elargire Amore Con
Estro) vi è un aforisma di Gandhi: “Siate il cambiamento che
volete vedere nella società”. Il valore della pace è davvero
un valore solo se ciascuno di noi cominci a sentirsi
interconnesso col resto dell’umanità. E questo è possibile.
Finché ci si sente separati, e finché ci sarà qualcuno che
ritiene che il benessere economico, e solo quello, faccia la
felicità, le sopraffazioni non avranno fine. Dobbiamo
batterci contro ogni razzismo, classismo. Contro tutti gli “ismi”.
La tolleranza è la via. La fratellanza è il valore più
nobile.
Le nostre zone sono ricche di risorse, eppure sono ancora
molti i giovani che vanno via per trovare un lavoro. Cosa
occorre dare per bloccare questo fenomeno?
I giovani sono delusi, vittime del disincanto. E la colpa
maggiore va ai politici che promettono mari e monti in
cambio di un voto alle elezioni e che, poi, se ne
dimenticano. Conosco giovani che aspettano, in buona fede,
per molto tempo un lavoro che il politico di turno gli aveva
promesso. Convinti, poi, da quest’ultimo che in Terra di
lavoro non c’è lavoro (quale contraddizione!), partono.
Molti giovani del mio paese lavorano fuori, principalmente
in Svizzera. Questa è una zona prevalentemente agricola, ma
i giovani snobbano questo tipo di attività. Qualcuno li ha
convinti che c’è di meglio. Se i piccoli agricoltori si
unissero in cooperative, molti giovani troverebbero lavoro e
la nostra tradizione verrebbe mantenuta. Vivo in un paese di
tremila abitanti in cui moltissimi giovani indiani hanno
trovato lavoro nelle aziende agricole, proprio perché i
giovani del posto non hanno voluto farlo. In realtà le
risorse sono tante, ma vengono ignorate. La situazione
perfetta la si immagina sempre lontano, mentre ce l’abbiamo
sotto il naso. Se ne avessi competenza, farei la contadina.
E ne sarei orgogliosa.
A te che piace molto l’indipendenza, ti spaventa l’idea di
farti un giorno una famiglia e di avere dei bambini?
Non trovo particolarmente stimolante l’idea di matrimonio
come contratto tra due persone che si promettono qualcosa
che non sono certi di poter mantenere. Ho il desiderio di
avere dei bambini, ma vorrei adottarli, perché ci sono
troppi bambini al mondo che non hanno una famiglia, e non
vedo l’esigenza di farne nascere degli altri. I bambini sono
tutti uguali, che nascano o meno dal corpo di qualcuna
piuttosto che un’altra. Essendo single, per legge non ho il
diritto di chiedere l’adozione. Lo trovo assurdo, perché
potrei offrire amore ad un bambino costretto a vivere in un
orfanotrofio o per strada. Molti bambini hanno un solo
genitore, non vedo perché mi venga negata la possibilità di
fare qualcosa per loro da vicino, e non solo con le adozioni
a distanza. Sto pensando all’affido, e lo metterò in pratica
non appena saprò di potermi dedicare a dei bambini. Confesso
che, stando così le cose, mi sposerei solo per ottenere
un’adozione. Non sarebbe onesto, ma non è detto che non lo
faccia.
Che significa per te il concetto di felicità?
Ricordo sempre una storiella in cui si parlava di un signore
che, in vita, guidava un carretto con un mulo. Una persona
onesta, altruista, saggia, che adorava il suo animale, tanto
che, dopo la morte, si ritrovò in Paradiso tra un gruppo di
saggi filosofi, che parlavano di cose che lui, dall’animo
semplice, proprio non capiva: chiese, così, di essere
trasferito nel fuoco dell’Inferno! Pressappoco, la storia
era così, anche se non ho molta memoria, e potrei averla
modificata. In ogni caso, la morale è semplice: la felicità
è relativa. Non si tratta di un concetto universale. Vuoi
fare la felicità di un cacciatore? Dagli degli animali da
uccidere…
Più relativo di così…
La mia felicità spicciola è leggere un buon libro davanti al
camino acceso.
E lo Yoga può aiutarci ad essere felici o a trovare la
felicità?
Lo Yoga può aiutarci a capire cosa ci rende davvero felici.
Non ci dice cos’è la felicità, ma di cosa ciascuno di noi ha
maggiormente bisogno. Ci aiuta a capire noi stessi. A
comprendere quanto ci dedichiamo a cose di poco conto, a
quanto ci affanniamo senza necessità. Il termine sanscrito
di Yoga vuol dire “unione”: ciò che è interno e ciò che è
esterno sono la stessa cosa. Non c’è separazione.
La poesia e la musica sono le tue grandi passioni. Secondo
te possono essere ancora usate per lanciare messaggi
positivi e quali sono le tue ultime novità in proposito?
La grandezza dell’arte, che sia essa letteraria, pittorica o
di altro genere, è che non è proprietà dell’autore, ma di
chi ne viene toccato, bene o male. Anche quando un
componimento risulti sgradevole, avrà prodotto delle
emozioni, avrà mosso qualcosa dentro, toccando la
sensibilità del suo fruitore. Così accade per la musica.
Credo di si, credo che ogni forma d’arte possa, anzi, debba
essere “usata” per lanciare messaggi positivi, per
comunicare la bellezza del cosmo. Ecco perché gli artisti
hanno il dovere di fare attenzione al messaggio che lanciano
con le loro opere, perché le persone che gli prestano
attenzione, ed i giovani in particolare, si fidano, ed
assorbono ogni tipo di informazione, talvolta senza
filtrarla. Le mie ultime novità? Da un po’ di tempo a questa
parte non riesco a non occuparmi, nelle cose che scrivo, dei
problemi legati alle guerre che sono in corso in molti
luoghi della terra.
Visto che abbiamo toccato l’argomento, cosa pensi del fatto
che i militari italiani siano ancora in Iraq?
Credo fortemente che i nostri poveri soldati, in Iraq non
sarebbero dovuti mai andare. E, visto che ci sono andati,
sarebbero dovuti già tornare. E’ vergognoso come anche molti
politici di sinistra, che da sempre si sono schierati contro
l’attacco americano al povero Iraq, si siano, ora, fatti
abbindolare dalle falsità dei mass media, come quelle
pubblicate dal New York Times il 31 gennaio scorso. Forse
hanno dimenticato che lo stesso accadde il 4 settembre del
1967, quando la stessa testata giornalistica tuonò: “Il voto
in Vietnam rincuora gli Stati Uniti!”. Io non ero ancora
nata, ma loro si! Oggi, come allora, ci siamo fatti fregare
da manipolatori astuti e bugiardi. Veniamo trattati da
stupidi perché ci comportiamo da stupidi. Crediamo a quello
che ci propina la tv, ma basterebbe conoscere i canali
giusti in internet per scoprire come le cose stanno
diversamente da quanto ci vogliano far credere. Il nostro
ministro della difesa (non so cosa difenda di più se il suo
orgoglio militarista e fascista o i bambini iracheni rimasti
orfani sotto i bombardamenti) ha dichiarato che “ce ne
andremo quando gli iracheni ce lo chiederanno”. Mi auguro,
allora, che tutti gli iracheni, anziché pensare a
ricostruire un paese distrutto da una guerra che non avevano
chiesto, si mettano in viaggio per raggiungere il nostro
ministro e chiedergli di andarsene. “Caro ministro, è ora di
sloggiare!”. Questo spero gli dicano.
Pensi che le elezioni in Iraq siano state democratiche?
Credo che si debba coniare finalmente un altro termine che
sostituisca quello di “democrazia”, perché quest’ultimo
l’abbiamo stuprato, ammazzato.
Come possono essere democratiche delle elezioni in cui le
liste elettorali sono state tenute segrete per motivi di
sicurezza? La verità è che quei pochi iracheni che sono
andati a votare (solo di mattina, ecco le file riprese alla
tv) hanno votato senza sapere per chi votassero. Sono
andati, per la prima volta, a votare su delle schede, grandi
come lenzuola, su cui hanno dovuto scegliere tra i candidati
di centoundici partiti, cosa che avrebbe mandato in crisi
tutti i dottori in scienze politiche in Italia, figuriamoci
gli iracheni alla loro prima esperienza.
Una delle più grandi falsità che i media ci hanno propinato
in questi giorni è sul dato degli elettori andati alle urne.
La Commissione elettorale irachena, della cui assistenza
l’Onu si è lavata le mani, decidendo di non avere kamikaze
occidentali da inviarvi, parla del 57% degli elettori
iscritti. Peccato che non sia mai esistito un elenco degli
elettori iscritti! Ma forse i centomila iracheni innocenti,
morti sotto le bombe di questi rappresentanti della
democrazia western, sarebbero andati a votare, e la
percentuale sarebbe stata più alta... Democratiche… Certo,
gli iracheni non sono andati a votare perché avevano paura
dei terroristi. Non si sono chiesti, però, i grandi
strateghi della guerra dell’Iraq come mai, ad esempio, gli
iracheni che vivono all’estero, che non venivano minacciati
da attacchi terroristici, non abbiano votato? Solo il 25% di
quelli iscritti alle liste ha ritenuto che, forse, valeva la
pena di partecipare a questo trionfo della democrazia.
A furia di esportare democrazia di là, la stiamo esaurendo
di qua…
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